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ORIENTE E OCCIDENTE: UN INCONTRO, UNO SCONTRO UNA POESIA.

Written by on marzo 3, 2021

Nessuno forse più di Arthur Rimbaud rappresenta in una sola anima l’incontro e lo scontro tra Oriente e Occidente, tra nazioni che si ritenevano civilizzate e luoghi e popolazioni che erano considerate al meglio esotiche, alla peggio barbare.

Dopo l’inaugurazione del Canale di Suez nel 1869 le porte che sembravano sbarrate o molto difficili da aprire tra Est e Ovest si ritrovano come per magia spalancate: non più lunghi peripli o infinite carovane a passo d’uomo, ma agili e rapide navi che in poche ore possono portare da Parigi all’Arabia o all’Abissinia. Il poeta francese, idolo postumo degli amanti di versi terribili e maledetti, si è fatto travolgere da questa apertura: intraprende un viaggio forse immaginato come qualcosa buono solo per fare soldi, arricchirsi, arrivare dove la poesia, che abbandona poco più che adolescente, non può portarlo, condannandolo alla miseria e alla povertà. Un francese, un mercante, forse solo per qualcuno un poeta, vive il meglio della sua breve vita tra l’Africa e la penisola arabica. Diventa una specie di indigeno biondo, anche se una qualche malevola storiografia lo vuole, per forza, impietoso mercante di schiavi. Per la verità la seconda metà dell’Ottocento è un momento storico di prevaricazione, di forti contro deboli e Rimbaud, figlio del suo tempo, forse potrà essere stato anche blandamente schiavista, ma le testimonianze e le prove languono, mentre non mancano quelle della sua empatia verso i locali, del suo sforzo dedicato più ad “avvicinare” che a dominare.

Eppure le distanze tra Occidente e Oriente che lui ha cercato di accorciare nella sua decennale esperienza abissina, mischiandosi con gli Etiopi, vestendo all’orientale, fino a sposare una donna africana, dopo 150 anni sembrano rimane tali. L’attualità ci offre un ambasciatore italiano che getta ponti tra culture e che viene massacrato in una faida africana, un principe arabo, ricco e levantino, che fa predare e uccidere un suo compatriota e oppositore in giro per il mondo, tra braccia aperte di qualcuno e risposte a muso duro di altri. Le divisioni tra Oriente e Occidente persistono e pare non esistere nessuna poesia, neppure tremenda come quella di Rimbaud, che può unire due mondi così diversi. Anzi no, c’è una cosa che unisce, che uniforma, che rende evidenti le similitudini e non le differenze: la pandemia, la malattia, la peste mondiale.

A quella nessuno riesce a opporsi, Oriente e Occidente sembrano uguali, anzi, se possibile sembra che l’Oriente sappia gestire meglio il contagio, forse grazie alla sua lentezza, fatalità e alla sua maggior dispersione territoriale. In fondo Rimbaud, per qualche suo contemporaneo e non solo, è un finto poeta, un artista sconosciuto, un vate da quattro soldi: vuole solo vivere bene, commerciare e mercanteggiare qualsiasi cosa lo possa far diventare ricco. Eppure non diventerà mai ricco, esattamente quanto invece sarà un poeta vero, un artista riconosciuto, un vate profetico, senza fare in tempo a goderne. Forse intuendolo e facendo finta di nulla, solleva le spalle quando gli dicono che a Parigi i circoli poetici impazziscono per lui, continua ad amare l’Africa e vorrebbe solo morirci. E prima della morte vive la la vita come continua conoscenza, come impellente bisogno, come imminente partenza,

“Visto abbastanza. La visione si è incontrata in ogni aria.

Avuto abbastanza. Rumori di città, la sera, e al sole, e sempre.

Conosciuto abbastanza. I decreti della vita. – O Frastuoni e Visioni!

Partenza nell’affetto e nel rumore nuovi!”

Un personaggio degno di Bistory e un mondo, forse, troppo spesso indegno di essere raccontato.

 


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