#blacklivesmatter: dietro lo slogan vogliamo di più!

Written by on luglio 15, 2020

BLACK LIVES MATTER, LE VITE DEI NERI CONTANO. Nel mondo socialmente disarticolato dalla paura della malattia riemerge la lotta alle ingiustizie razziste, deflagrate e personificate nell’omicidio di George Floyd da parte di un poliziotto del Minnesota, nella, ai più sconosciuta, Minneapolis, Stati Uniti d’America.

La violenza a senso unico della polizia statunitense diventa motivo di protesta, di rabbia, di rivolta della gente comune, ma persino della gente non comune. Lewis Hamilton, campione mondiale di Formula 1, inglese, si inginocchia durante gli inni prima dei Gran Premi e così fanno i suoi colleghi (quasi tutti) con orgogliose magliette antirazziste. Persino in Italia le manifestazioni contro il razzismo si diffondono, al grido “non posso respirare” che, scritte su mascherine anti-covid, sono il simbolo di due follie che ci stanno cogliendo all’unisono. La lotta antirazzista è (o dovrebbe essere) una delle chiavi delle nostre democrazie moderne, liberali, ma i sedimenti sociali e antropologici della discriminazione non sono facili da rimuovere dalle coscienze singole e persino da quelle collettive. Bistory racconterà nella prossima puntata la vita di un uomo che ha combattuto tutta la vita contro il razzismo ed il pregiudizio, anche con posizioni discutibili, ma con una forza e una riconoscibilità senza pari. Voci importanti, ma non bastano. Nonostante molti si impegnino ogni giorno, la lotta non è finita. I discriminati sono troppi e una buona parte per motivi razziali ed etnici. Eppure due considerazioni emergono nel cercare di capire questo fenomeno storico e sociale duro a morire: l’aspetto economico e quello culturale. Partiamo da quest’ultimo. La tragica e ingiusta morte di George Floyd avviene in una città degli Stati Uniti, nemmeno in una delle sue grandi metropoli, ma in una città media, famosa più per il suo freddo invernale che per la sua attualità. Ma in un attimo la popolarità mediatica di ciò che è successo attraversa gli oceani e diventa attualità di tutto il mondo (almeno occidentale). Se l’episodio fosse avvenuto in Brasile in Francia, in Sudafrica o in Arabia Saudita (tutte nazioni citate, ovviamente, a caso…) sicuramente le piazze delle capitali occidentali sarebbero rimaste vuote e i nostri notiziari avrebbero taciuto o accennato all’evento di sfuggita.

Questa la dice molto lunga su quanto le nostre società (esclusa ovviamente quella statunitense) siano indifferenti al problema e necessitino di una spinta emozionale e comunicativa, quasi spettacolare, in arrivo dalla nazione capobranco, per attivare i meccanismi di protesta e consapevolezza. Ciò che succede a Minneapolis sembra più importante di ciò che succede a Lampedusa o nella metropolitana di Milano, Roma o Napoli. Eppure il razzismo si esprime da noi con situazioni molto diverse da quelle americane, così invece condivise: caporalato mafioso che recluta lavoratori schiavi africani per le raccolte agricole in condizioni sociali vergognose, centri di accoglienza che sono di dis-accoglienza, quotidiano razzismo da risata di giovani che umiliano poveri cristi gettandoli nel Naviglio con le loro inutili rose. Nessuno va in piazza per quello, anzi, alla bisogna non si disdegna una bella condivisione social di una manifestazione con hashtag #tornateveneacasavostra. I TG ignorano quasi l’argomento, peraltro più che ventennale del lavoro nero e del disagio dello stesso colore. Il protagonista per noi rimane un pessimo poliziotto USA e la violenza della polizia connivente, lontana anni luce dai parametri della forza pubblica italiana, per cultura e avvenimenti (anche se non mancano dolorose storture).

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Il razzismo diventa una maglietta e un hashtag #icantbreathe; un modo, sospettiamo, per non capire cos’è e dove si nasconde (nemmeno poi tanto) anche da noi. La radice economica sparisce. La cultura americana rules, pensiamo anche noi, come le serie e i telefilm che vediamo, di vivere in una città come Minneapolis o New York o San Francisco, ma le situazioni sono diverse. Non esiste una borghesia nera da noi, che vota, che è stanca dei soprusi e vuole contare giustamente di più. Noi commentiamo aggressivi sui nostri social solo straccioni, accattoni, perdigiorno, che non hanno diritto di protestare, che non DEVONO avere diritti in quanto essere umani, ma che devono scontare la loro CLANDESTINITA’ come peggior colpa. Se un gruppo di raccoglitori neri di pomodori schiavizzati manifestasse spaccando una vetrina in città, le opinioni sarebbero sicuramente unanimi: #tornateveneacasavostra. La pelle nera scatena l’inconscio, la condizione economica infima lo giustifica. Però tutti ci indigniamo, preferibilmente, davanti alla TV, “perché George Floyd era una brava persona, mentre quelli che sono qui, invece…”

Non vogliamo chiudere così senza speranza: se #Icantbreathe può essere anche da noi un attivatore di attenzione, di interesse, di vergogna per qualcuno, ben venga, se rimane un eco di una cultura dominante, un gioco informativo, un allinearsi ad un politically correct senza convinzione, meglio ripensare al nostro approccio, per evitare di mangiare pomodori raccolti a 1 euro l’ora da esser umani inesistenti per la nostra società, ma vestendo con orgoglio e autoassoluzione una maglietta  #blacklivesmatter.

 


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