Indie, trap e botox – 10 considerazioni (+1) su Sanremo 2019

Written by on febbraio 10, 2019

Pareri a caldo sulla 69a edizione di Sanremo, il festival della canzone italiana, che dice tanto anche dell’Italia e degli italiani.

Anche quest’anno la kermesse sanremese è terminata, e, come ogni anno, lo ha fatto portandosi dietro una serie di polemiche di tutti i tipi: la partecipazione di Achille Lauro, la prestazione dei presentatori, la faccia della Pravo, la vittoria di Mahmood e chi più ne ha più ne metta.
Insomma: normale amministrazione.

Come tutti i Sanremo però, anche la 69^ edizione del Festival ha avuto le sue peculiarità e possiamo dire che quest’anno, tra indie, trap, botox e scelte di produzione al limite della follia, sono saltate fuori una serie di riflessioni importanti. Eccole.

10 – A Shade e Federica Carta il premio per il miglior ritornello

Vincono a mani basse. E’ Semplice, catchy e senza un senso compiuto. Bim Bum Bam.

9 – I duetti intergenerazionali andrebbero vietati.

Anche perché nessuno crede alla storia del “mentore che ha riconosciuto un immenso talento nel giovincello di turno”: quello che cantava con Patty Pravo era palesemente il suo badante.

8 – Claudio Bisio e Virginia Raffaele non sono il peggio che è passato a Sanremo

Ma l’anno prossimo vogliamo Ornella Vanoni a presentare il festival.
Pagata.

7 – Ma Morgan e Achille Lauro?

Non so come sia nata la collaborazione tra loro, ma voglio che nessuno me lo spieghi. Mi piace credere che si siano incontrati in un altro mondo. Nota di merito: sono stati tra i pochissimi (gli unici forse) a non cantare all’unisono durante il duetto. Viziosi.

6 – La canzone di Arisa è il vero inno alla droga di quest’anno

Altro che Rolls Royce. MI SENTO BENE, CAZZO SE MI SENTO BENE.

5 – Il coraggio di Appino e soci

Che hanno portato una canzone senza ritornello, con un testo fitto e di difficile interpretazione. Coraggiosi anche a farlo cantare proprio ad Appino. Incomprensibile.

4 – Ebbravo Clà!

Claudio Baglioni ha dimostrato di essere stato più lungimirante del previsto sulle scelte artistiche. D’altronde -tolta la mania di protagonismo, l’inespressività facciale e l’aver fatto man bassa di diritti SIAE- rimane uno dei più grandi artisti che l’Italia abbia mai avuto. Chapeau.

3 – Largo ai giovani

Più si sale in classifica, più si abbassa l’età media degli artisti (tolta la Bertè, ma lei non invecchierà mai a giudicare dal look). Forse è iniziato quello svecchiamento del mainstream italiano, che tanto aspettavamo. Sinceramente, al netto della qualità degli artisti e del gusto personale: non se può più di vedere sempre gli stessi nomi triti e ritriti. Preferisco una canzone di merda scritta da Irama, piuttosto che da Nino D’Angelo.

2 – I premi tecnici vanno alla qualità

Daniele Silvestri, Simone Cristicchi e Francesco Motta hanno dimostrato che Sanremo sì, Sanremo no, tutto finto o tutto vero che sia, l’importante è fare buona musica. Se alla base c’è il desiderio di lanciare un messaggio, di esprimere un sentimento o un’opinione, tutto ciò che ne consegue sarà solo positivo. Ben vengano canzoni e artisti del genere, anche a Sanremo. “Eh ma sono dei venduti”. No, sono solo più furbi.

1 – La vera rivoluzione di quest’anno non è stato l’indie

Ma piuttosto il fatto che -tra quelle in gara- ci fosse una canzone firmata da Charlie Charles. Che poi abbia pure vinto è addirittura un risultato epocale. Vuoi per esigenze di mercato (ovviamente), vuoi per gusto del pubblico (meno probabile) o per il reale valore della canzone e dell’artista che l’ha interpretata, comunque è un risultato (meritato) che rimane e rimarrà. Checché ne pensino i “veri musicisti”, i “veri cantanti” e tutti quelli della “vecchia scuola” secondo i quali dopo di loro non esiste più nulla: la canzone merita, la trap merita e i giovani meritano di avere il loro spazio. Statece.

+1: Il vincitore del festival della canzone italiana è Mahmood, un ragazzo italo-egiziano

Normalmente non ci sarebbe il bisogno di sottolineare questo fatto ma, dato che in Italia ci stiamo abituando a un concetto decisamente distorto di “normalità“, è giusto farne un vanto. Se in più consideriamo che Mahmood si chiama Alessandro ed è nato a Milano, mi sembra ancora più sensato considerarlo la dimostrazione evidente di come l’incontro tra culture differenti e lo scambio tra di esse, porti al bello e alla crescita. Abbiamo sotto gli occhi un esempio vivente di quell’integrazione sana e naturale che il Ministro degli Interni attuale non contempla nemmeno possa esistere. Mi spiace che molte persone non riconoscano il valore di questo artista e che lo vogliano vedere -come si legge in alcuni commenti- in fondo al mare, solo a causa delle sue origini. Però, lasciatemelo dire: sabato sera hanno perso. Non mi interessa se l’ha deciso il pubblico, Baglioni, la giuria, il PD o qualsivoglia manina malvagia, ma questa piccolissima battaglia l’hanno persa.

Che possa essere il primo passo di quella strada lunghissima che porta al rispetto tra le persone e alla civile convivenza tra culture.

P.S. – Non me ne vogliano i fan degli artisti citati e canzonati in questo articolo, si vuole fare giusto un po’ di ironia e qualche provocazione.

P.P.S. – Nota di merito per Elisa, che ci ha regalato uno dei momenti artistici più alti di questo festival (e dell’ultimo decennio in Italia), con il vocalizzo alla fine del duetto con Baglioni su “Vedrai Vedrai“, in memoria di Luigi Tenco. Grazie.


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